IL TRAUMA RELAZIONALE
Il concetto di “trauma” è spesso accompagnato da reazioni emotive opposte: alcune persone lo rifuggono, altre lo cercano nella propria storia, sperando di trovare una spiegazione ai dolori del presente. Spesso, però, questa ricerca sembra non portare a nulla di significativo.
Questo accade perché nell’immaginario collettivo il trauma è associato solo a situazioni estreme: violenze, catastrofi naturali, lutti o gravi malattie. In realtà, il concetto è molto più vasto. In psicologia distinguiamo tra:
Traumi con la “T” maiuscola: gli eventi eclatanti e potenzialmente letali citati sopra;
Traumi con la “t” minuscola: micro-esperienze quotidiane che, se ripetute nel tempo durante l'infanzia, incidono profondamente sulla fiducia in se stessi e negli altri. Si tratta, per lo più, di traumi relazionali.
Come si modella il nostro cervello
In età evolutiva, lo sviluppo del sistema nervoso dipende interamente dalle relazioni con le figure di accudimento (genitori, insegnanti, educatori). Il cervello si adatta all'ambiente: se cresciamo in un contesto sereno, si svilupperà in linea con quella tranquillità. Se invece cresciamo nell'instabilità, imparerà a essere costantemente pronto a reagire alle minacce.
Il problema è che il cervello non distingue tra pericoli fisici e pericoli emotivi. Nelle prime fasi di vita, il nostro bisogno primario è la sicurezza e un bambino, per capire chi è e se il mondo sia un luogo sicuro, si affida interamente alle risposte degli adulti.
È in queste interazioni apparentemente banali che si costruiscono le fondamenta della personalità. Prova a pensare a queste dinamiche:
Se piango e l’altro sminuisce costantemente la mia reazione, cosa imparerò del mio dolore?
Se vengo colpevolizzato o denigrato per un brutto voto, che idea avrò del mio valore?
Se i miei risultati vengono ingigantiti, imparerò che sono degno di amore solo se sono perfetto?
Se i miei bisogni non ricevono risposta, crederò che chiedere aiuto sia inutile o pericoloso.
Se chi mi sta accanto passa senza motivo dall’affetto alla rabbia incontrollata, imparerò che le relazioni sono imprevedibili e pericolose.
Il rischio di queste esperienze non sta nel singolo episodio, ma nella loro ripetizione costante e nella mancanza di riparazione da parte dell'adulto.
Il trauma non è un evento, è un processo
Sarebbe più corretto parlare di traumatizzazione e mettere l’accento sulla relazione che intercorre tra una situazione soverchiante e la risposta che il soggetto mette in campo per sopravvivere.
Immagina un bambino che cresce in una casa con improvvisi eccessi di collera. Non può fare nulla per fermare quel comportamento e non ha ancora sviluppato quella parte del cervello (la corteccia prefrontale) che consente di valutare la situazione da più angolazioni diverse. Il rischio è che si ritenga responsabile e registri a livello profondo che la relazione non è un luogo sicuro.
Per difendersi, il bambino può attivare diverse risposte Per citarne alcune:
Opposizione (reagire a propria volta con rabbia)
Chiusura e isolamento
Repressione emotiva
Dissociazione (allontanare il ricordo dalla coscienza)
Iperattivazione (costante stato di allerta)
A distanza di anni, da adulti, ci si ritroverà magari dentro relazioni sane, senza riuscire mai a sentirsi davvero al sicuro. La memoria interna di come abbiamo cercato di sopravvivere nell'infanzia, anziché proteggerci, diventa un ostacolo che ci impedisce di vivere il presente con fiducia.


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